Centralismo e federalismo. Ossia, le matriosche e Napoleone (di Franz Forti)

Aggiornamento: 23 giu 2020

Mettendo a confronto l’organizzazione centralistica/decentrata e quella federale, una domanda frequente è quella per cui ci si chiede come mai nella situazione italiana, pur in presenza di regole uguali per tutti e di risorse fiscali in teoria uguali per tutti (ma in realtà più generose per qualcuno) si osservino differenze anche notevoli nella qualità amministrativa locale.


Giustamente ci si chiede come mai la Sicilia - con buona pace dei siciliani, prendo questo come caso forse estremo - veda grandi sprechi di soldi pubblici e servizi scadenti, mentre diverse regioni del Nord, pur nel disastro generale, mostrano almeno una maggiore efficienza nella gestione delle cose locali.


Questo lo osserviamo sia prendendo in considerazione le singole regioni a statuto ordinario sia quelle a statuto speciale. Eppure le leggi sono uguali per tutti e ci si chiede quindi se e come il federalismo potrebbe essere il fattore che modifica questo dato di fatto.

Poiché considero che queste differenze locali non siano scritte nel DNA ma siano fatto culturale, la risposta va a mio avviso cercata nel come lo stato unitario (1861) fu impostato allora. La risposta è quindi nella storia. Ma non per questo è senza rimedio.


Lo stato unitario impose la sua organizzazione ad una pletora di regni, stati, ducati e granducati, ognuno con la sua organizzazione amministrativa e le sue regole statali. Alcuni sostengono che ad essere imposta a tutto il Paese non fosse certo l’organizzazione migliore tra le varie ma si tranquillizzino i piemontesi, non è questo il problema.


Questo è legato alla considerazione che imporre la stessa organizzazione ad una serie di giurisdizioni abituate da secoli ad un diverso modo di organizzarsi, non va bene e produce disastri.


E questo già nel 1860 lo avrebbero dovuto sapere, perché 60 anni prima una grossa disavventura era capitata a Napoleone Bonaparte. Come alcuni sanno e tutti possono immaginare, Napoleone conquistò anche la Svizzera, allora Confederazione Svizzera, per motivi ovviamente strategici (passaggio Nord-Sud lungo le Alpi) ed impose, oltre ai principi nascenti rivoluzionari, il modello unitario e centralistico francese.


I cantoni persero la loro autonomia e diventarono semplici enti amministrativi, prefetture. Furono anche ridisegnati come territori, accorpandoli, e qualcuno cambiò forzatamente anche nome. Ricordatevi che erano anni in cui cambiavano nome ai mesi, per cui era normale cambiare nome a territori anche se si chiamavano così da secoli.  

Ci fu una nuova costituzione che, ci crediate o no, esordiva con “la Repubblica Elvetica è una e indivisibile”. Vi ricorda qualcosa? Ebbene furono 5 anni di conflitti tra federalisti e rivoluzionari. La popolazione non accettò l’imposizione ma soprattutto si racconta che non funzionasse più nulla, dal punto di vista amministrativo. Abituati a fare le cose in un certo modo, persone e funzionari non capivano più come fare le cose che avevano sempre fatto, a chi rivolgersi, come fare una certa pratica. Prima svolgevano tutto localmente, ora c’era un governo centrale, con sede a Lucerna, che tutto disponeva. Si narra che la Svizzera, anno dopo anno, deperiva nell’immobilismo e che Napoleone, preoccupato che una sua reggenza (la “Repubblica Elvetica” era sorella di quella francese) non funzionasse più come un tempo, alla fine si arrese.


Agli onori della cronaca la Repubblica Elvetica durò solo 5 anni, iniziando il 28 marzo 1798 e finendo il 10 marzo 1803, con quel documento finale che è noto come Atto di Mediazione, in cui Napoleone ammise: «La Svizzera non assomiglia ad alcun altro Stato, sia per gli eventi che vi si sono succeduti nei vari secoli, sia per la situazione geografica e topografica, sia per le lingue differenti e le diverse confessioni religiose e l'estrema differenza di costumi che esiste fra le sue diverse parti. La natura ha fatto del vostro Paese uno Stato federale: volerla vincere non è da uomo saggio.»


Agli svizzeri di oggi piace ovviamente ricordare che, prima che in battaglia, Napoleone fu sconfitto politicamente da loro con l’Atto di Mediazione, tuttavia la vera sconfitta ha colpito chi non ha realizzato che quella non era affatto una particolarità solamente elvetica.


Altri uomini saggi infatti avrebbero già allora potuto capire che particolarità molto simili

potevano essere trovate anche in Italia, Germania e perfino in Francia. Ma questi sono affari dei francesi e dei germanici (che poi un loro federalismo lo hanno trovato). Noi occupiamoci del caso italiano. La varietà di costumi, usanze, dialetti e lingue in Italia è un fatto acclarato mentre la religione oggi non è più per fortuna un fattore che possa implicare suddivisioni giurisdizionali. Rimangono le differenze storiche, geografiche, topografiche e culturali. Per cui varrebbe la pena di appellarsi ai saggi di oggi.


A costoro farei notare che un sistema federale implica che localmente ogni comunità sia libera di scegliere la sua organizzazione, al fine di adempiere ai servizi pubblici che sono di sua competenza, secondo un accordo comune. E che anche queste competenze (il “chi-fa-cosa”) possono variare di luogo in luogo. Non quindi compiti e modelli organizzativi identici da Livigno a Pantelleria, che difficilmente funzionerebbero in entrambi i luoghi, ma una mappa del potere e dei compiti diversa nel territorio. Unica però a livello di stato membro.


Esaminando da vicino il sistema federale svizzero, ripristinato dopo il 1803 e poi ulteriormente perfezionato con la Costituzione Federale del 1848 (frutto anche di un intenso scambio epistolare con i Padri Fondatori americani) scopriamo che compiti e autonomia dei comuni non sono assolutamente menzionati nel testo federale ma sono competenza esclusiva delle costituzioni dei singoli cantoni. Ne deriva che l’organizzazione interna dei singoli membri della federazione varia localmente sulla base di scelte democratiche locali legate alla storia, alle particolarità geografiche, linguistiche, sociali, culturali.


Ecco il punto. L’uniformità forzata ed imposta in modo napoleonico e rivoluzionario dall’alto crea sub-ottimalità, spegne gli incentivi al miglioramento continuo e impedisce che ognuno trovi la sua strada per fare le stesse cose.

L’idea federalista coniuga autonomia, responsabilità e sussidiarietà non in una matrice unica e rigida nazionale, ma in una serie di livelli nidificati, come tante matriosche, dove invece di una sola matriosca dentro un’altra, potete trovarne diverse, anche 20. In pratica, volendo, ogni livello può essere a sua volta come una federazione. Quindi ogni realtà locale stabilisce e sperimenta via via metodi organizzativi propri ma anche procedure di collaborazione orizzontali, con vicini di pari livello o verticali, su temi particolari. Tutto questo viene sottoposto a verifica sia dagli elettori interni, sia dagli altri territori, i quali sono liberi di adottare le pratiche migliori sperimentate nel paese e che hanno dimostrato di funzionare. Tutto questo è fatto responsabilmente con risorse finanziarie proprie e con il ricorso minimo a trasferimenti dal centro alla periferia.


Come dicevo, la risposta è quindi nella storia ma non per questo è senza rimedio. Si può sempre cambiare. Questo vuol dire che ogni territorio italiano dovrebbe tornare alle pratiche amministrative ed alle regole di quasi 160 fa? Certo che no. La realtà è mutata e bisogna cercare soluzioni adatte all’oggi. Dubito però che queste siano uniche e identiche da Aosta a Canosa, da Cagliari a Trieste. Magari qualcuna può essere anche abbastanza simile ma la diversità genera possibilità di scelta e miglioramento mentre l’uniformità imposta dall’alto spegne ogni possibilità di cambiare in meglio.


È questo che deve essere successo in diverse zona d’Italia. La struttura rigidamente bloccata dello stato unitario, senza alcuna leva fiscale locale e con responsabilità spesso fittizie coperte dalla pratica dello scaricabarile tra enti, unite alla grande mole di trasferimenti, ha spento ogni incentivo. Le regioni benestanti lo sono diventate sempre di più e le altre hanno cominciato a perdere persone, capitale umano, competenze, lavoratori. In cambio hanno preteso (e ricevuto) trasferimenti di risorse dalle regioni benestanti. Naturalmente è sorta una classe politica selezionata per ottimizzare tutto questo, sia al Nord come nel resto del Paese. Perché dunque meravigliarsi se la cosa pubblica è gestita differentemente pur in presenza di regole uguali? È proprio per questo che l’Italia deperisce, così come deperì la Repubblica Elvetica agli inizi del 1800.


Francesco (Franz) Forti, Lugano, Svizzera

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