La pochezza del dibatto sardo esemplificata in questi giorni su La Nuova Sardegna

Aggiornamento: 12 nov 2019

In questi giorni sul quotidiano più importante del nord Sardegna si è avviato un dibattito lanciato dal Direttore de La Nuova Sardegna Antonio Di Rosa, al quale successivamente sono seguiti gli interventi di Christian Solinas, Roberto Frongia, Gianfranco Ganau, Mario Puddu e, ultimo in ordine di tempo, Emanuele Deiana.

Forse ne seguiranno degli altri e il nostro augurio è che abbiano un altro piglio rispetto a quelli finora pubblicati.


Di Rosa lancia il tema delle divisioni politiche interne e della mancanza di un'unione di intenti sui temi fondamentali e strategici della regione, a sua volta anticipato da un editoriale di Marcello Fois, citando il modello di Milano come esempio, con riferimento all'ultima vicenda relativa all'aeroporto di Linate, chiuso e riaperto nei tempi previsti grazie allo sforzo comune delle forze politiche locali le quali, dice, hanno lasciato da parte le divergenze di fazione per raggiungere un unico obiettivo a vantaggio di tutti.

Ora, fermo restando la buona fede di Di Rosa la quale traspare e sulla quale non intendiamo dubitare, il dibattito appare monco fin dall'inizio e va nella direzione della vuotezza e dell'inconsistenza più totale mano a mano che i successivi interlocutori intervengono.

Innanzitutto vi è il solito errore di fondo: tutto ricade sulla politica.

La politica artefice di tutto, nel bene e nel male. E' merito e colpa della politica di qualsiasi risultato, positivo o negativo.

Della cultura e della mentalità dei cittadini, nessun accenno. Degli incentivi sociali che i cittadini impongono sulla politica, condizionandone l'operato, nessun accenno.

I cittadini vittima della cattiva politica o alternativamente beneficiari di quella buona. Non espressamente ma per deduzione logica, vengono declinati a dei meri automi che seguono la via maestra della sacra politica, che detta la marcia verso il progresso o il declino.

Eh no, caro direttore, non è affatto così.

La politica, nella buona riuscita della ristrutturazione dell'aeroporto di Linate, c'entra ben poco. E finché non si accetta questo tipo di evidenza, ci dispiace, il dibattito in questa regione non porterà a nulla se non ad esasperare le nostre carenze culturali.

Di questo successo milanese, così come degli altri di altre città, la politica è la conseguenza, colei che usufruisce dei meccanismi sociali, la figlia della società, e non genitore di essa.

O per lo meno ne è al più un coarteficie di seconda istanza, e non un direttore supremo.


Purtroppo questo conferma quanto sia difettosa la visione della realtà che pervade il dibattito pubblico sardo.

Insomma, alla fine, secondo questa visione distorta, sono fortunati i milanesi ad avere una buona politica e sfortunati i sardi ad averne una meno buona.


Il lancio del dibattito parte da una constatazione vera, ed è per questo che lo vogliamo intendere in buona fede, ossia dal fatto che quasi sempre la politica, appena insediata, tende a disfare quanto precedentemente operato dalla fazione che l'ha preceduta, a prescindere dai contenuti e dalla bontà di tale operato. E questa pessima abitudine, disastrosa e distruttiva, è oggettivamente vera ed è tra l'altro non prettamente sarda.


Ciò che a nostro avviso è completamente sbagliata è l'argomentazione che ne consegue, piena di contraddizioni logiche oltre che di fatti non veri, come quello appena citato della (mai esistita) supremazia della politica, se non nei disastri.


"La Sardegna non è povera come tutti si ostinano a dire.", e qui ci verrebbe da saltare sulla sedia. Ma come no? La Sardegna è molto povera, è fra le regioni più povere d'Europa e non serve sciorinare i dati Eurostat, Istat o di qualsiasi altra fonte attendibile esistente per dimostrarlo. Sarebbe sufficiente prenderne atto, senza intestardirsi a voler dare un'immagine della Sardegna fintamente ottimistica e tristemente illusoria.

Poi si continua con il solito brutto vizio: argomentare con le eccezioni, citando tutte le realtà di eccellenza presenti in Sardegna.

Due osservazioni: i) le realtà di eccellenza esistono ovunque, in qualsiasi territorio, anche nel più povero fra quelli avanzati, le eccezioni rappresentano una costante statistica di qualsiasi distribuzione, non è alla coda che bisogna guardare per analizzare un fenomeno, ma alla moda ed alle sue zone limitrofe; ii) il fatto che esistano delle eccezioni non può e non deve far pensare che tali eccezioni possano, da sole, rappresentare un cambio di marcia o una tendenza macro né tanto meno poter far desumere che non sia vero il fatto la Sardegna sia povera, in tutti i sensi, proprio per la definizione stessa di eccezione.

Da qui una contraddizione logica imperdonabile: tornare al finto tema della richiesta di inserimento della condizione di insularità in Costituzione, fattispecie citata come esempio di buona politica unita, per la prima volta in tale battaglia. Battaglia di ennesima elemosina assistenziale, aggiungiamo noi.

L'incoerenza è palese: ma come, prima si dice che la Sardegna non è povera, si prosegue affermando che in Sardegna ci sono delle eccellenze e poi si dice che serve il riconoscimento costituzionale dell'insularità per riuscire a crescere?

Aiuto.

Proprio il fatto che le eccellenze esistono porta alla deduzione che l'insularità non c'entra nulla. Se esistono delle eccellenze, infatti, questo dimostra che esse possono nascere, e infatti nascono come da lui stesso affermato, anche in Sardegna. Che non esiste alcun freno naturale affinché esse possano nascere, visto che ne nascono e sempre di più (ci atteniamo sempre alle sue stesse argomentazioni).

E se ne nascono dieci, allora, cosa impedisce che ne possano nascere 100, 1.000 o anche 10.000?

Le eccellenze nascono nello stesso territorio, con le stesse condizioni logistiche e tecnologiche, con le stesse regole e normative, con la stessa politica di quelli in cui non ne nascono.

Esse però non nascono grazie a miracolosi interventi dall'alto, ma dallo spirito d'iniziativa, dall'intraprendenza e dal talento che arriva "dal basso", quando esistono, e se non esistono andrebbero incentivati.

L'esatto opposto di quello che si afferma nell'analisi del direttore.


La risposta di Solinas non si fa attendere, più fumosa che mai, e non fa altro che far cadere ancora più in basso il dibattito portandolo verso una spirale di politichese vuoto e privo di contenuto concreto.

Un accenno agli antitecnicismi, all'antiscienza, alla supremazia della politica verso qualsiasi altra cosa.

Una visione borbonica del mondo.

Intrisa di contraddizioni anche in questo caso, come l'accusa alla politica (ovvero a se stesso) di voler sfasciare tutto quanto di buono fatto dai propri predecessori, dimenticandosi che qualsiasi suo annuncio, elettorale prima e di governo poi (e già il fatto che si utilizzino gli annunci anche ora in fase di governo la dice lunga), diceva esattamente l'opposto, cavalcando l'onda del malcontento per rassicurare che lui, una volta insediatosi, avrebbe cambiato tutto e se possibile di più. Insomma, una critica al suo stesso modo di fare, come se nulla fosse.

Come non citare, infine, l'immancabile modello di sviluppo.

Mentre Di Rosa, con tutte le sue contraddizioni e mancanze di visione della realtà, almeno provava ad incanalare il discorso su temi concreti, il nostro presidente, della concretezza, proprio non ne vuole sapere.

Parole vuote, ambigue ed a tratti incomprensibili, per finire con la citazione del papa.

Amen.


Frongia non è da meno, parla di radici, di autenticità, di figli. Sembra un festival delle banalità, invece sarebbe un dibattito fra alcune delle più importanti personalità politiche dell'isola. Frasi fatte, prive di qualcosa che anche solo possa assomigliare ad un contenuto concreto. Ancora ossessione sulla questione insularità, ancora alibi, ancora scuse. Nessuna autocritica culturale e politica sulla Sardegna.


Purtroppo non migliora il destino del dibattito l'intervento di Ganau.

Se non ci fosse stato il suo nome e la sua foto, avremmo potuto tranquillamente pensare che l'intervento fosse quello Solinas o di qualsiasi altro politico importante del momento.

Un'arrampicata sugli specchi che ha dell'incredibile, a tratti ridicola, che si aggrappa a cavilli giuridici, incentrata sempre e solo sul non tema dei non temi: l'insularità.

Come sempre, nell'esercizio della retorica politica, si parte da fatti veri o parzialmente veri.

La mancanza di infrastrutture, citata da Ganau, è infatti fatto oggettivo.

Peccato che il buon Ganau è in politica da oltre vent'anni con ruoli di primaria importanza e che invece parli come se si fosse appena affacciato a questo mondo.

Ci chiediamo dove vivesse fino ad oggi.

Un intervento surreale, inqualificabile.

Anche per Ganau, insomma, la nostra arretratezza non ha alcuna causa interna e culturale, ma è figlia del fatto che il mondo ci maltratta, che il costo dell'energia è insostenibile (bugia), che siamo pochi e isolati dal mondo, come se internet non l'avessero mai inventata. Accenna al discorso dei trasporti, dimenticandosi che la sua Giunta è stata concausa dell'ennesima proroga della proroga della pessima continuità territoriale attualmente in vigore, proponendo soluzioni palesemente contro le normative europee oltre che inefficaci, come emerso dalla nostra intervista al Prof. Devoto. Come se non bastasse, finte sviolinate a Solinas.


Apparirebbe un minimo più sensato l'invervento di Puddu, se non fosse che appartiene ad un partito, il Movimento 5 Stelle, che applica l'opposto dei suoi auspici personali.

Capiamo che la singola persona è la singola persona e il partito è il partito, ma tutto ha un limite.

E' innegabile comunque che Puddu abbia l'attenuante di non avere mai avuto un ruolo cardine nella politica, e questo gli permette di poter affermare alcune cose che altri non dovrebbero (anche se lo fanno sistematicamente).

Ma tralasciando questo debole alibi, Puddu non c'entra l'obiettivo.

Gli va riconosciuto, comunque, lo sforzo non fatto dagli altri di spostare il dibattito su temi culturali, e di come la mancanza di cooperazione in politica sia figlia della stessa mancanza presente, anzi radicata, nella società sarda, anche fra vicini di casa, figuriamoci fra partiti. A nostro avviso è invidia sociale, Puddu la chiama diversamente perché non vuole apparire antipatico, ma è comunque lo stesso fenomeno.

Apprezzabile anche il tentativo di proiettare lo sguardo al lungo periodo e non al brevissimo, mancanza devastante del nostro dibattito.

Qualche scivolone importante quando si affronta di sfuggita il tema turismo e quando, evidentemente imparando dai maestri più esperti, strizza l'occhio ai pastori, senza entrare nella tecnicità del problema e scansandosi dal giudizio oggettivo ma improntando il tutto sull'aspetto emozionale. Anche in questo tra l'altro si contraddice palesemente, visto che cita inizialmente la mancanza di cooperazione ma poi arriva ai pastori, che sono l'esempio perfetto di tale mancanza, incapaci di creare istanze comuni, di aggregarsi per poter usufruire di economie di scala competitive e che si ostinano a voler far pascolare greggi di dimensioni ridicole per poter anche solo provare a rimanere sul mercato senza i sussidi a pioggia estratti dalle tasse di tutti i sardi.

Insomma, apprezziamo la buona volontà iniziale, ma rimaniamo delusi dallo sviluppo dell'intervento e dalla poca concretezza nelle solo accennate presunte soluzioni, anche queste ben poco chiare. Rimane comunque l'intervento che vince nella classifica del "meno peggio" anche solo per non ostinarsi a voler parlare in politichese.


Conclude in bellezza il giro degli interventi Emanuele Deiana, che oltre a dirci quanto ci tiene e quanto è onorato di rappresentare i sindaci sardi, ci dice poco e niente.

Cita un presunto necessario nuovo congresso sardo che a leggere e rileggere l'intervento, non capiamo cosa significhi. A detta sua servirebbe a "trasformare le idee in parole, le parole in politiche, le politiche in azioni". Quali idee, quali politiche e quali azioni, non ci è dato saperlo. Insomma, il più vuoto e retorico degli interventi.

Parla delle 4P, che non sono pizza, patate, pasta e pane, ma sarebbero paesi, periferie, pastori (!) e povertà. Servirebbe una zona franca rurale.

Noi, veramente, non abbiamo idea di cosa questo significhi e non facciamo fatica a credere che non lo sappia nemmeno lui né il suo ghost writer.

Parla di desertificazione umana, anche questo non capiamo cosa voglia dire in termini concreti. Noi l'unica vera desertificazione che vediamo è quella culturale e questo dibattito ne è l'esempio perfetto.


Dei temi veri, neanche l'ombra.

Gli sprechi di risorse in spese improduttive, neanche citati.

Il clientelismo culturale che la politica cavalca e dal quale trae protezione, come se non esistesse.


Ecco, se proprio l'obiettivo di Di Rosa era quello di avvicinare le forze politiche ed unirle in un'unica volontà di scopo, c'è riuscito. Infatti tutti i soggetti coinvolti si sono uniti intorno agli unici veri collanti della politica sarda: l'ipocrisia, la contraddizione e la mancanza di concretezza.


Caro Direttore, il pensiero unico politico esiste in Sardegna, non c'è bisogno di invocarlo.

Esiste eccome, nella visione distorta del ruolo della politica stessa, nell'illusione di una politica che guida il popolo ove essa vuole, nell'assenza di contenuti e nella mancanza totale di consapevolezza su quali siano i temi cruciali sui cui agire.

Tutti concentrati ed uniti a conservare la propria rendita di potere, a difendere le corporazioni forti del momento, ad accontentare la pancia dei cittadini anche quando essi chiedano le cose più inadeguate del mondo, pur di racimolare qualche voto.


Missione compiuta Direttore, complimenti.

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